lunedì 20 giugno 2016

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma


Titolo curioso vero? Chissà quanti di voi ne hanno colto il significato. Ma di cosa vi parlerò mai? Lavoisier? Fisica? Chimica? Anche, ma a modo mio. Oggi vi parlo di un simbolo a me molto caro: l’Uroboro, anche detto ouroboros o oroboro. E cosa centrerà mai con il titolo? Lo scoprirete leggendo.


Non so se vi ricordate, tempo fa vi raccontai una mia stranezza: ho 5 piercing sull’orecchio destro, anche se l’idea originale è di farne 7, con un preciso significato (amore, amicizia, passione, sogno, arte, scienza e me stessa). Il primo dal basso, che rappresenta me stessa, volevo caratterizzarlo mettendoci un orecchino proprio di un Uroboro, che cerco da anni e non ho mai trovato (ma alla fine ho deciso di costruirmelo da sola). Detto ciò, iniziamo a parlare di questo simbolo.

Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è ancora sdruccioloso, perché è simile all’acqua: e muta ogn’anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo facceno ogn’anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina provvidenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo.
Hieroglyphica, Orapollo, V secolo d.C.

Uroboros” è un termine di origini greche che significa “divoratore della coda’’ ed è uno dei simboli mistici più antichi esistenti: in generale è rappresentato da un serpente (o drago) che si mangia la propria coda creando un cerchio, ma nel corso del tempo ha assunto forme leggermente differenti.

Non ha né un inizio né una fine, sembra immobile e in movimento allo stesso tempo, sparisce divorandosi, eppure esiste. Ciò ha molteplici significati: la ciclicità delle cose, della natura creatrice e distruttrice, vita e morte, che plasmano l’energia dell’universo in un eterno rinnovarsi.

Il serpente in sé, è uno dei simboli più antichi e diffusi nelle culture di tutto il mondo, come quelle mediorientali o quella di egizi, celti e molte altre, animale considerato sacro, sinonimo passionalità, morte e fortuna. Le sue caratteristiche sono associate a forze sovrannaturali e ultraterrene, come il periodico cambio della pelle per crescere o il veleno, letale e allo stesso tempo curativo, considerato in passato come un elisir di lunga vita; seppur siano credenze antiche, hanno un fondamento dimostrabile con il sapere odierno.

Da un punto di vista biologico l’ecdisi (muta) è il periodico, costante e regolare rinnovamento della pelle che permette ai rettili di crescere e raggiungere dimensioni, stadi o colorazioni differenti. Se il serpente, o rettile, non muta, non cresce e se la pelle si stacca a pezzi e non in una volta sola è sintomo di problemi, causati da patologie, infezioni, malessere dell’animale e un ambiente inadeguato per il suo benessere.
Il veleno di alcuni serpenti invece viene ampiamente utilizzato nella medicina estetica, in creme antirughe, iniezioni per non invecchiare, rimanere “giovani per sempre” e nella cura dei tumori. Per esempio quello delle vipere Cerastes cerastes e Macrovipera lebetina contiene un enzima, la fosfolipasi A2, nota per la sua attività antitumorale e antiinfiammatoria, oltre a possedere proprietà antimicrobiche, che lo hanno reso ideale per la preparazione di molti antibiotici. Alla fosfolipasi A2 si aggiungono anche le metalloproteasi, la disintegrina, la L-amminoacido ossidasi e molte altre sostanze che sono odiernamente studiate per la cura di patologie neoplastiche.

È anche simbolo prediletto di maghi e occultisti ed è presente nella tradizione gnostica: il serpente aveva destato nel cuore dell’uomo la bramosia di conoscenza causando così la cacciata dal Paradiso terrestre.

Il “Serpens qui caudam devorat” rappresenta l’idea che l’intero universo sia un’entità, un organismo unitario, di cui le singole parti, qualunque distanza le separi, sono legate tra di loro in modo necessario.
L’Uroboro è il serpente capace di morire e rinascere continuamente: rappresenta l’infinito, l’eternità, la rinascita e l’immortalità.

L’antica alchimista Cleopatra usa questo simbolo nella sua “Crisopea” come emblema per fabbricare l’oro: il serpente metà bianco e metà nero (come lo Yin e lo Yang della tradizione Taoista cinese) rappresenta il bene e il male, perfezione e imperfezione, le due componenti che costituiscono la materia, Zolfo e Mercurio, uomo e donna, Sole e Luna che insieme creano il “filius philosophorum” (archetipo nella filosofia junghiana) o anche la “lapis philosophorum” (pietra filosofale) a seconda delle interpretazioni.  

In alchimia, l’Uroboro viene trasformato in un drago alato per caratterizzare la volatilità di alcuni composti, risultante da una trasformazione, e in particolar modo rappresenta il concetto “En to Pan”, ossia “Uno il Tutto”. Questo a sua volta riconduce alla legge della conservazione della massa che si fonda sul postulato di Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Tutto si trasforma in mille combinazioni fino a ripetersi infinite volte in un tempo eterno, in un sistema finito. Non è forse il fondamento dell’Eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche?

Ogni cosa fa parte di un ciclo che non ha né inizio né fine, si ripete all’infinito, da cui è impossibile sfuggire: non si può scappare all’eternità, al tempo. Cosa può fare l’uomo allora se non accettare la sua sorte? La sua vita si ripeterà per un numero infinito di volte. In questo concetto solo gli uomini superiori possono apprezzare il senso del ritorno dicendo di sì al passato e al futuro, trasformando il “così fu” in “così volli”.
Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? 
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV 

Il serpente che si morde la coda non è forse l’Io con la coscienza? Contiene in sé elementi opposti che alla fine si congiungono come Io e Tu, soggetto e oggetto, senza mai separarsi. Dal caos iniziale, dal passato ossia la coda, inizia l’indifferenziazione dell’inconscio e la totalità della psiche. Il serpente uccide sé stesso e rinasce da sé stesso in un cerchio infinito autosufficiente.
L’Uroboro è la rappresentazione dell’infinita attrazione degli opposti e della loro uniformità nell’essere. Rappresenta l’uomo: luce e ombra, imperfezione e perfezione, anima, il sé, l’incontro e l’unione di coscienza e inconscio. Così fu e così sarà per sempre.

Quale cerchio, palla e rotondo esso è il chiuso in sé stesso, senza principio e senza fine; nella sua perfezione premondana è anteriore a qualsiasi decorso, eterno, poiché la sua rotondità non conosce alcun prima e alcun dopo, cioè alcun tempo, né alcun sopra e sotto, cioè alcuno spazio.
John von Neumann


Ecco quindi, riassunto, il perché della mia affezione per questo simbolo. In fondo, poi, si riunisce anche alla mia passione per rettili e in particolar modo ai serpenti, che tanto mi hanno dato nella mia vita, gioia, dolore, soddisfazioni e allo stesso tempo mi hanno portato alla solitudine di chi viene abbandonato per pregiudizi e paure.

A volte penso che non abbia altra ragione di vivere se non mordermi la coda, divorare il passato, e andare avanti, nell’incommensurabile solitudine dell’essere, perché da questo cerchio non ho scampo. 

8 commenti:

  1. Del serpente mi viene in mente un'altra simbologia nietziechiana, quella del pastore che si addormenta con la bocca aperta e un serpente velenoso vi striscia dentro: per salvarsi gli stacca la testa con un morso e, superati i propri limiti, diviene il superuomo.

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    1. "Quando mai è morto un drago per il veleno di un serpente?" diceva Zarathustra. In fondo, ognuno di noi deve superare i propri limiti :)

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  2. Penso sia uno dei post più belli che abbia letto :) io serpente è di per sé un simbolo molto affascinate e in particolare l'Uroboro. Il modo in cui l'hai spiegato è stato davvero interessante ed esaustivo :) L'idea dei piercing la trovo molto carina (figurati che io ho deciso di farmi dei tatuaggi rappresentativi dei maggiori cambiamenti della mia vita quindi approvo in pieno XD).

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    1. Sono davvero contenta che ti sia piaciuto :)
      Ho cercato di spiegarlo in maniera abbreviata anche se originariamente il post era molto più lungo. Che poi dietro ai miei piercing c'è una storia, alcuni per esempio sono stati fatti da una persona che ha determinato fortemente una buona parte della mia vita.
      I tatuaggi che volevo farmi io anche erano personali e rappresentavano il mio essere, ma dopo pareri diversi ho accantonato l'idea per adesso.

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  3. Il post è increedibile :) i serpenti invece li odio... ne ho il terrore!!! Muoio alla vista di una biscetta figurati.... :(

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    1. Grazie! Ognuno ha le sue paure bisogna ammetterlo, ma a volte si riescono a superare. Anche mia madre li detestava e lo ha sempre fatto finchè non ha visto i cuccioli della mia prima femmina e come li proteggeva a tutti i costi e si è lasciata aaddolcire :) poi ovviamente quelli selvatici fanno sempre paura...

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  4. "Tutto si trasforma in mille combinazioni fino a ripetersi infinite volte in un tempo eterno, in un sistema finito".
    Credo, ma potrei sbagliare, che questo concetto sia stato superato da certe particolari estensioni della fisica moderna.

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    1. Apri un discorso tanto vasto quanto interessante Ivano, ma ti rispondo in base alle mie conoscenze. Innanzitutto bisogna ammettere che la matematica è il linguaggio della scienza e pertanto non è facile trovare termini appropriati in un linguaggio comune per spiegare certi concetti, e per questo entra in gioco la filosofia, che completa e traduce il linguaggio matematico.

      Premesso questo, la fisica moderna si basa sul concetto che l’universo non sia infinito, ma che neppure possieda dei limiti. Per poter dare una corretta interpretazione della realtà che non può essere osservata e costituire una fonte affidabile di conoscenza, dobbiamo considerare l’opera di Einstein, Lorentz ed Heisenberg: non possiamo scomporre l’universo, la materia in unità che possiedano un’esistenza indipendente ma vi sono relazioni che uniscono il tutto. La massa è energia, la materia ha una doppia natura, corpuscolare e ondulatoria che si esprime con il principio di complementarietà e le distanze si misurano nello spazio e nel tempo. Ma quali sono però i limiti del tempo?

      Forse non ha senso chiederselo perché, per citare Giordano Bruno, non è la materia che genera il pensiero è bensì il pensiero che genera la materia e quindi siamo responsabili dell’universo che ci creiamo, che è pertanto chiuso. In esso la materia evolve e cambia costantemente e tende a trovarsi in un determinato luogo in un istante esatto ma incalcolabile. Abbiamo quindi probabilità, non certezze di quello che è e avviene in ogni momento.

      E qua si spiega la mia affermazione. Tutto si trasforma, il pensiero, la materia fino a ripetersi infinite volte: nulla sta fermo, non potresti entrare due volte nello stesso fiume perché tutto scorre essendo soggetto al divenire.

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